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Che si tratti di
vendere, di spiegare, di
celebrare, di
coinvolgere, una
comunicazione efficace è
fondamentale per
risultare convincenti e
raggiungere il proprio
obiettivo.
Quando andiamo in scena
per presentare le nostre
idee, è facile scivolare
nella tendenza a
prestare più attenzione
a quello che ci siamo
ripromessi di dire che
alle reazioni di chi ci
ascolta. L’utilizzo
sempre più diffuso di
programmi quali
Microsoft PowerPoint o
simili per rendere più
accattivanti i nostri
messaggi non ha fatto
che accentuare questa
tendenza, perché il
discorso si può
“appoggiare” alle slide
come uno zoppo ad una
gruccia; non è più
necessario imparare a
memoria: basta guardare
la slide! E allora ecco
apparire slide zeppe di
testo, punti e
sottopunti, grafici e
diagrammi, finiscono per
annacquare il vino del
nostro messaggio,
perdendo di incisività:
esattamente il contrario
di quanto ci proponevamo
di ottenere grazie ad
esse!
Molti ignorano due
principi del
funzionamento della
mente ormai consolidati
dalla psicologica
cognitiva:
-
il nostro cervello è
in grado di elaborare
in media 5±2 elementi
alla volta
-
la somministrazione
di input verbali
contemporaneamente per
via visiva e uditiva –
come nel caso del testo
delle slide – crea
un’interferenza
percettiva che degrada
il messaggio anziché
rafforzarlo.
In altre parole, leggere
e ascoltare
contemporaneamente
ostacola la
comprensione.
Presentazioni
soporifere, stracolme di
testo e dati, spesso
scritti troppo in
piccolo per poterli
leggere, grafici
incomprensibili,
animazioni che
distraggono, immagini
superflue… chi non è mai
stato vittima della
cosiddetta ‘morte da
PowerPoint’? Al giorno
d’oggi è quasi
impossibile sfuggirne.
Sembrerebbe quindi che
questo strumento dalle
grandissime potenzialità
invece di supportare ed
amplificare l’efficacia
dell’arte oratoria, si
sia sostituito ad essa,
facendoci dimenticare le
raffinatezze retoriche
tramandateci dai grandi
oratori fin
dall’antichità. Ma
l’uomo, adesso come
allora, si nutre di
storie, non di slide.
Ritengo che si debba
pensare alla
presentazione come ad
un genere teatrale, ad
una forma di spettacolo,
di narrazione, una vera
e propria nuova lingua.
Quando si adotta questa
prospettiva, cambia
completamente l’uso che
si fa del PowerPoint,
che sta alla storia come
la telecamera al regista
di un film. Come insegna
Steve Jobs, fondatore
della Apple e speaker
ormai leggendario, prima
si scrive la trama, poi
lo storyboard e poi si
va in scena: è solo
quando si riesce ad
avvincere il pubblico
che lo si convince. Chi
vi ascolta deve voler
“abitare” la vostra
presentazione, vestire
quei panni che avrete
sapientemente preparato
per lui o per lei, sia
che stiate presentando
un progetto, vendendo un
prodotto, illustrando i
risultati di una
ricerca, celebrando un
risultato.
Per ottenere tutto
questo PowerPoint può
effettivamente rivelarsi
utilissimo ed efficace,
ma per sfruttarlo al
meglio bisogna
conoscerne tanto le
potenzialità quanto i
limiti e soprattutto
bisogna avere le idee
chiare sull’effetto che
si vuole ottenere su chi
ci ascolta.
È un’arte che si impara. |
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Paolo Brunello
Paolo Brunello,
psicologo del lavoro e
delle organizzazioni,
con una specializzazione
nella comunicazione
mediata dal computer, ha
lavorato per 10 anni
come formatore in
informatica e docente in
Italia e all’estero,
oltre che come project
manager nell’ambito
della cooperazione
internazionale. Esperto
di internet, è
attualmente webmarketing
manager per
StudioCentroVeneto,
società di consulenza
specializzata nel
passaggio generazionale
nelle PMI.
Contestualmente è
dottorando presso la
Royal Holloway
University di Londra,
con una tesi sull’uso
delle tecnologie
dell’informazione e
dell’educazione in
ambito educativo nei
paesi in via di
sviluppo. |
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